La lettera di novanta minuti.

Cara E.,

ti scrivo dal luogo di pace a nome ‘Ludovico Galeotti’. Un posto che conosci per averlo anche tu abitato nell’anno da unica presidentessa della nostra Biancoverde quello che, credo di indovinare, t’ha dato piccole gioie e non pochi affanni.

Fulminea parentesi: perché queste righe? Semplice: per passare un po’ di tempo insieme, come in una passeggiata senza meta. L’onore è mio, ça va sans dire.

Dicevamo. In questo scorcio di paese, pochi elementi – un campo di calcio stretto tra un monte Protettore e il cimitero – nei quali ognuno vede quello che vuole (o che sente). Io questo, ascolta: il prato un’arena, dove l’uomo esprime il meglio e il peggio di cui è intriso; Capreo a rincorsa del cielo dimensione verticale della spiritualità, e camposanto a tradurre quella orizzontale della sacralità. Di quando in quando passare da qui e far parte del quadro è privilegio.

Prepartita

Quanto alla squadra, quest’anno siamo partiti bene, non c’è che dire. Compagine dall’anima terragna, essendo composta per gran parte da autoctoni, allenatore incluso, adottando profilo basso mica rinunciatario, e come obbiettivo la salvezza. Quelli che con tre risultati utili consecutivi poi si montano la testa e chiedono la promozione ci sono già, ma che vuoi farci?, chi non ha memoria è destinato a vivere nell’illusione, e quindi male. E certe volte – sempre più raro, certo – capita anche che la memoria faccia il paio con la riconoscenza.

Come quando il 13 ottobre scorso (con Cacciotti N. che ai gol, inginocchiato, bacia il cielo per parlare col papà recentemente scomparso), prima del fischio d’inizio contro i romani della Magnitudo (2-0 finale), la Biancoverde ha voluto omaggiare Verbena ‘Spartanello’. Chi è costui? Un pezzo della nostra Storia, non solo per essere il più anziano dei nostri: prototifoso, calciatore, allenatore e dirigente. Novantaseienne che porta i suoi anni con classe da sarto ‘povero’ qual è. Un uomo anche ostinato, come quando, ancora oggi, cerca d’indovinare il filo nella cruna dell’ago.

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È il 13 ottobre 2019, l’ultima volta di Umberto sul campo del ‘Galeotti’. Foto da Ufficio stampa Semprevisa.

E adesso, io che non sono Umberto, provo a imitarne per parallelismo l’arte, tentando di legare il disegno dei pensieri col filo delle parole e per ago questa asettica tastiera. Si tratta d’imbastire qualcosa che non so neanche cos’è, – un resoconto, una storia, una chiacchierata – ma il cui risultato è a fine pagina.

Proseguiamo. Era questa del sommesso tributo la seconda giornata, dopo la vittoriosa trasferta romana sul campo dell’O.i.r. Allora ripartiamo da qui, seguendo l’ordine delle giornate di campionato per estrapolare da ogni partita qualcosa che dal calcio viri altrove. Provarci almeno, per estendere il discorso a temi altri, più o meno importanti, comunque diversi. Premesso come lo sport non è metafora della vita perché – come dice Jorge Valdano – «esistere è molto più importante che vincere una partita di calcio» e «il gioco serve a sentirsi almeno un po’ felici, per evadere dalle questioni serie, per fare amicizia», ti confido questo mio difetto: che sia su campi professionistici o di anonime categorie che nello spiazzo del quartiere o sulla strada, quando vedo giocare a pallone, forse traviato da quello che considero il primo amore, leggo nelle dinamiche delle situazioni e nei gesti dei protagonisti qualcosa oltre il fatto così com’è (e qui mi soccorre Albert Camus: «Tutto quanto so sui doveri e sulla morale  lo devo al calcio»). Continua a leggere

La partita a tre voci (più una)*.

03/02/2019 Carpineto Romano, Campo sportivo “Ludovico Galeotti”, giornata di campionato, Prima Categoria (Girone ) 

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Città di Valmontone    1

Formazione: Gavillucci; Conte, Molle (46’ Polidoro), Cacciotti N., Palombo, Saccucci, Bracaglia, Palombi (k), (85’ Micolani), Ghirotto (63’ Battisti R.), Buonocore, Rapone A disp.: Palombi, Macali, Astri, Santucci, Cacciotti S., Hassan All.: Nanni 

 

DSC_0071 Tra la nebbia uno scorcio di Capreo, la cima che guarda e protegge il ‘Galeotti’.

 

«Mattinata piovosa, come mille altre domeniche passate qui. Ma adesso no. Ora il cielo s’è aperto e, da buio che faceva, sul campo filtra una fievole luce bianco-grigia. Sono qui dalle 14: 00 e ci sono venuto a piedi, da solo. Rientra nel mio ruolo – quant’è vero che sono Guido – questo di venire in buono anticipo sull’inizio della partita; un’ora prima sul cancello per strappare biglietti che, tra abbonati e desaparecidos, non si fanno quasi più. Un tempo ingannavo l’attesa insieme a Bruno stretto nel suo bel cappotto presidenziale e a Natalino sempre un poco impolverato di calce, suo “inchiostro” atto a disegnare il campo. Oggi è diverso, loro non ci sono e tutto intorno è cambiato, a partire dall’erba finta che ha preso il posto della pozzolana».

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Settembre di Te.

20/09/2015, Carpineto Romano, Campo “L. Galeotti”, I giornata di campionato (Promozione, Girone C)

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Sporting Genzano                          1

Formazione: Cuomo (29’ Fiorini); Lucarini, Di Girolamo, Drogheo, Polidoro; Gurgui (77’ Cacciotti), Palombi (k), Flamini; Coluzzi (65’ Molle), Ciccarelli, Colafranceschi. A disp.: Baldassarre, Salati, Campagna, Turriziani. All.: Farinelli     

Marcatore: 80’ e 86’ Ciccarelli

Tra monte e cimitero, il campo. Protetto, più che nascosto. E affiancato dalla tribuna con gli astanti a tener crocchio. Là correvano in ventidue, ma esistevano soprattutto i locali. Indossavano la nostra povera storia pure se non lo sapevano. Qui, sognatori ognuno a suo modo. Il calcio è un postribolo d’anime vendute al soldo del ricco o del politico che lo piega ai suoi interessi? No, non del tutto: bisogna credere ancora alla forza dello sport di raccontare una favola.   

Sugli spalti in tanti, ma solo tu. Vestita d’una maglia morbida a lasciarti una spalla scoperta al caldo settembrino, tenace contro l’avanzare dell’autunno. Guardavi la partita con gli occhi neri e fondi fissi sul tappeto verde, solo a momenti infastidita dal barbaglio che ti faceva ricorrere a lenti scure, sistemate sulla testa ad arginare i capelli neri come la notte. 

Gara bloccata, imperante l’ordine tattico e non uno straccio di dribbling a ricordarci la poesia di questo sport. Frustrato ogni tentativo d’andarsene via palla a terra (qui, oggi; domani, altrove; sempre, ovunque), la noia era un’ombra che s’allungava al calar del sole.

Questa cosa qui, degli occhiali per cerchietto, t’esaltava i lineamenti del viso: semplici, delicati, regolari. Se eri truccata, non me ne sono accorto. Le tua labbra parevano d’un rosso naturale e mi andava bene così.   

Parità “bianca” al quarantacinquesimo, ma presto sarebbe dovuto succedere qualcosa. Infatti. Settantacinquesimo, angolo destinato all’area piccola e incornata solitaria dell’avversario incredulo di tanta libertà. Festa altrui, noi ridotti a gelido silenzio. Clessidra quasi vuota, eppure speranza.

Nella stanca della partita mi lasciavo rapire dal tuo profilo, trovando perfetto quell’orecchino beige penzolare dal lobo sinistro: ben si sposava al panna della gonna a doppio strato, col più lungo trasparente quasi al ginocchio.  Gusto e misura, a questo mi faceva pensare quell’abbigliamento.  

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Il viaggio della favola triste.

15 / 03 / 2015, Campo “L. Galeotti”, Carpineto Romano (Rm)

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Colleferro Calcio         1 

ll derby doveva ancora iniziare.

In un campo sferzato dall’acquivènto di marzo, sotto un cielo imprigionato da una cortina di nebbia così fitta da dubitare tornasse la luce.

La pioggia gelida si faceva incessante, e per difendersi gli avventori si stringevano nelle spalle quasi volessero sparire. Ma erano lì, venuti spontaneamente. Resistevano.

Le squadre stavano allineate sulla mediana e la terna in blu le divideva. Nell’aria urla smorenti in bisbigli, quindi il fischio dell’arbitro a fermare cose e persone.

Gli occhi degli intirizziti in gradinata volsero al campo, dove undici uomini esponevano striscione d’addio. Improvvisamente, tutto tacque: il silenzio era religione. 

Servì un fischio uguale al primo perché il capitano della squadra imbracciasse un mazzo di fiori bianchi e verdi come la maglia che indossava e, tra gli applausi, coprisse cinquanta metri verso la tribuna gremita.

Pochi, misurati gesti. Si chinò sotto la gente che conosceva, adagiò quel profumo sulla terra inzuppata, tornò da dove era venuto: il suo compito era finito.

Quando un Monte protettore da dietro una delle porte incustodite chiese ad Eolo di trasportare quelle immagini per decine di chilometri, il Dio aveva già accettato prendendo a soffiare con tutta la sua forza. Finché sgonfiò le gote e riaprì gli occhi, esausto ma compiaciuto.

La storia aveva sorpreso una famiglia decimata che, per un istante, si sentì meno sola.

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L’amaro del derby.

09/09/2014, Colleferro, Campo “Caslini”, X di campionato 

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Formazione: Gavillucci, Boselli, Palombi, Corvo, Lucarini, Saccucci, Indelicato (dal 47’ Piccolo), Antonini, Cacciotti (dal 62’ Lorenzi), Coluzzi, (dal 75′ Germoni), Salvagni A disp.: Secondelli, De Meis, Flavi, All.: Liberti  

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L’ingresso in campo. Sugli spalti, noi e la nostra maglia. (fonte Foto Relfex Colleferro).

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Finalmente Tu.

14/09/2014, Carpineto Romano, Campo “L. Galeotti”, II giornata di campionato

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Pomezia Calcio                      0

Formazione: Gavillucci; Boselli (78’ Romano), Nardi, Corvo, Palombi (k); Lucarini, Antonini, Coluzzi (83’ Pucello); Germoni (69’ Saccucci), Salvagni, Indelicato A disp.: Secondelli, Lorenzi, De Meis, Piccolo All.: Liberti

Marcatore: 40’ Corvo

Visa 2014-15

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Un (altro) anno insieme a Te.

10/05/2014, Campo Comunale “Ludovico Galeotti” di Carpineto Romano (Rm), XXXIV di ritorno                                        

Formazione: Schiavella, (Gavillucci), Piccolo, Nardi, Carbonari, Molle, Palombi, Pazienza, Polidoro, Coluzzi, Salvagni A disp: Iovino, Centi, Cacciotti

Marcatori: Salvagni, Polidoro, Piccolo, Salvagni, Indelicato  

Già, proprio Lei.

Già, proprio Lei.

L’ultima di campionato come passerella e festa di fine anno. Vanno in scena soddisfazione, sorrisi e serenità naturali. Perché la salvezza, obbiettivo finale, che a metà percorso sembrava chimerica (solo 12 punti in 16 gare), assume contorni da  miracolo sportivo. Squadra, dirigenza, tifosi: merito di tutti, certo. Ma soprattutto suo: Fabrizio Liberti, il tecnico che ha firmato la rinascita in quattro mesi, con questi numeri: 33 punti in 18 partite, frutto di 9 vittorie 6 pareggi, 3 sconfitte. A suo tempo, qui scrivemmo che solo dal cambio d’allenatore poteva passare la salvezza, ma bisognava scegliere quello giusto. Sbagliare nome, avrebbe voluto dire retrocessione. Allora da gennaio, Liberti in sella. E mai scelta fu più felice. Umile, da motivare i suoi uomini con l’esempio; deciso, da trasmettergli consapevolezza nei propri mezzi; resistente ai colpi bassi sferratigli addirittura dalla dirigenza (una porcheria, come già successe l’anno scorso a Fabrizio Centra grazie al quale, se qualcuno dalla memoria corta se ne fosse dimenticato, conquistammo l’Eccellenza). Quindi se il “Galeotti” oggi abbacinato dal sole di maggio ce lo godiamo dolcissimo, lo dobbiamo all’attuale allenatore. Che risuoni forte e chiaro una volta di più: «Da tutto il popolo biancoverde, grazie Mister Liberti».

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